“Non dimenticate il Meridione, andate, cercate di conoscerlo e di amarlo nel suo dramma, visitate la mia Melfi, la mia Basilicata…”. Queste parole del nonno, lo statista Francesco Saverio Nitti, Mariano Dolci non le scordò, tant’é – come confessa lui stesso nel docu-film di Massimiliano Troiani “Villa Nitti” (2023) – alla terra di Basilicata “sono associati forti ricordi e legami, in particolare a Maratea e alla signorile dimora di famiglia a picco sul mare di Acquafredda”. Mariano Dolci è morto lo scorso novembre ad 88 anni e la sua scomparsa in Basilicata è passata nel più assoluto silenzio, eppure è stato uno dei più grandi interpreti del nostro Teatro di Figura, il cui magistero, più che cinquantennale, ha spaziato dalla scena professionale a quella sociale, dal teatro per l’infanzia al teatro nei contesti di fragilità, con particolare attenzione agli ambiti dell’educazione e del disagio mentale. La sua vita cambiò quando a Roma, meno che trentenne ed insegnante di matematica, iniziò a frequentare la Compagnia di quel grande visionario e sperimentatore del Teatro di Animazione che fu Otello Sarzi. Questo incontro fu decisivo per fargli lasciare la scuola ed inseguire il fascino del “casotto”, del mobile palcoscenico in miniatura e delle sue creature in legno. Alla fine degli anni sessanta approdò a Reggio Emilia e qui divenne, grazie al sindaco Renzo Bonazzi e all’assessora Loretta Giaroni, l’unico burattinaio assunto con tale mansione da un comune italiano. A contatto con Loris Malaguzzi, un pedagogista illuminato promotore di una filosofia dell’educazione innovativa, Mariano Dolci lavorò nelle scuole primarie di Reggio (e non solo, seminari e laboratori li tenne anche all’estero), sviluppando da autentico maestro di burattinologia una propria tecnica e un proprio metodo artistico-pedagogico, tant’é che verrà citato anche nel famoso testo di Gianni Rodari “Grammatica della Fantasia”. Apprezzato anche da Dario Fo e Franca Rame, nel suo Teatro di Figura trovarono sintesi pensiero logico e immaginazione e rare capacità manuali, le sue maschere e personaggi sembravano avere un’anima al posto del legno. Secondo il punto di vista un burattino non deve mai rappresentare solo intrattenimento o divertimento, ma anche uno strumento capace di restituire ai bambini creatività e far riconquistare loro “cento linguaggi”. “Un burattino – sosteneva – non deve servire solo a far ridere a colpi di randello, ma può dar voce alla poesia e al pensiero: da Majakovskij a García Lorca, da Brecht a Rodari, passando per i racconti dei bambini stessi”. Nella vita di Mariano Dolci non ci fu solo l’immaginario, il pensiero poetico di pezzi in legno animati, ma anche tutte le vicende belle e tragiche della sua famiglia che, ricordiamo, durante il fascismo rimase esiliata in Francia per oltre vent’anni. “Avevo 18 mesi – raccontò in un’intervista rilasciata nel 2019 al mensile A rivista” – quando mia madre Luigia Nitti, nel dare alla luce mia sorella Antonella, ci lasciò. Alla sua morte mio padre Gioacchino, anche lui come nonno Francesco rifugiato politico, fu avvertito che sarebbe stato oggetto di una prossima espulsione dalla Francia dove sono nato. Nel 1939 partì per l’Argentina affidando me e mia sorella ai Nitti. Tutta la mia infanzia e adolescenza l’ho passata coi nonni materni per questo mi sono nutrito a pane ed antifascismo”. Negli anni sessanta a Roma Mariano Dolci frequentò gli anarchici, la militanza nel movimento libertario e l’amicizia con un “leader carismatico” come Armando Borghi lo portarono nella redazione di “Umanità Nova”, la testata storica del movimento. “Quando Borghi – dirà – scoprì che ero nipote di Francesco Saverio Nitti rimase esterrefatto. Mio nonno, all’epoca in cui ricoprì la carica di presidente del consiglio, lo aveva fatto arrestare insieme ad un altro dei principali teorici dell’anarchismo italiano, Errico Malatesta”. L’anarchia sì ma ancor di più l’antifascismo fu la bussola delle idee politiche di Mariano Dolci, era convinto che “l’antifascismo unisce e non divide” ed aggiungeva: “Ciò che oggi preoccupa non sono tanti i nostri governanti, ma l’odiosa cultura che, grazie anche al loro incoraggiamento, si diffonde, ossia la perdita di ogni identità per cui non esistono più sfruttati né padroni, progressisti o reazionari, destri o sinistri, comunisti o fascisti. C’è solo la gente, gli italiani, come se tutti gli italiani fossero uguali, vivessero nelle stesse condizioni”.
Mimmo Mastrangelo